Conosci Te Stesso.
Liberiamoci da “incantesimi” di passati traumatici e riscriviamo una trama più autentica.

Conosci Te Stesso.<br />Liberiamoci da “incantesimi” di passati traumatici e riscriviamo una trama più autentica.

Ci sono ferite che non fanno rumore, ma continuano a orientare le nostre scelte. Una relazione finita, un fallimento, una perdita, un’umiliazione ricevuta anni prima possono restare dentro di noi come tracce silenziose: condizionano il modo in cui amiamo, lavoriamo, reagiamo alle critiche, chiediamo aiuto o ci difendiamo dal dolore. Spesso pensiamo di dover essere semplicemente più forti, dimenticare e andare avanti. Ma la vera forza non nasce dalla fuga da ciò che ci ha feriti: nasce dalla capacità di guardarci dentro, comprendere la nostra storia e trasformare ciò che abbiamo vissuto in consapevolezza. Conoscere se stessi è il primo passo per smettere di subire il passato e iniziare a farne una risorsa per vivere con maggiore libertà, autenticità e pienezza.

L’invito “conosci te stesso” era già inciso sul tempio di Apollo a Delfi. Non era soltanto una frase solenne: era, ed è ancora oggi, una bussola concreta per imparare a orientarci nella vita.

Socrate riprese questo invito e lo trasformò nel cuore della sua filosofia. Oggi i Maestri della Psiche lo esaltano come l’inizio di un percorso interiore: capire chi siamo veramente attraverso un cammino di consapevolezza, un percorso di crescita personale, un lavoro dentro se stessi di conoscenza e di ri-conoscimento interiore, per recuperare quelle parti di noi che abbiamo dimenticato, i nostri Sé rinnegati e spesso proiettati sugli altri.

Conoscere se stessi attraverso sogni, immagini, miti, favole che emergono dalla nostra Psiche, Anima, o mente inconscia rinnova il modo di narrare le esperienze passate, offre nuovi scenari immaginativi, nuove favole che restituiscano voce alle emozioni rimosse, a quei bisogni e paure che spesso restano nascosti.

Dentro ciascuno di noi esiste “un mondo incantato”, uno spazio popolato da “personaggi”, immagini di noi stessi legati al mondo delle favole o dei miti, storie o racconti attorno ai quali abbiamo costruito la nostra narrazione, il nostro modo di percepirci e di rappresentarci, in forza delle nostre esperienze vissute, positive o traumatiche. In forza degli ideali nostri e delle aspettative altrui (Stefania Fioruzzi: “Come in una Favola”, Oscar Mondadori)

Agire senza avere consapevolezza di se stessi, porta a vivere guidati da automatismi, da auto costrizioni: reagiamo prima di capire, scegliamo per paura invece che per desiderio, ci difendiamo anche quando nessuno ci sta attaccando. Questa percezione alterata di noi stessi condiziona le relazioni, il lavoro, l’amore, il rapporto con il corpo e la qualità della nostra vita.

Recupere una consapevolezza di sé, dare un nome a ciò che sentiamo, aiuta ad avere una maggiore consapevolezza dell’Altro ed una maggiore obiettività nel valutare le situazioni che stiamo vivendo. Conoscere se stessi stessi significa fermarsi ed ascoltarsi: spegnere il frastuono del mondo esterno, ritmi frenetici, il bisogno di primeggiare, di ottenere approvazione, di mostrare sempre il nostro lato migliore, per far emergere silenzi ricchi di immagini, interrogarsi sui nostri desideri profondi per capire come ci muoviamo con gli altri, cosa andiamo cercando nei legami affettivi o nelle scelte personali.
Lasciar emergere immagini nuove, mettere in discussione abitudini e convinzioni, significa aprirsi all’ignoto ed accogliere il cambiamento. Significa raccontare se stessi in un modo nuovo: trovare un nuovo significato, una nuova trama alla storia personale.

Incontrare i nostri personaggi interiori, capire a quali favole ci siamo convinti di appartenere, conoscere e confrontarci con il personaggio che crediamo di essere o che ci hanno convinto di essere, può scioglierci dal bisogno di aderire a protocolli esistenziali che, nell’illusione ci conducano alla felicità, inibiscono la nostra creatività e la nostra unicità: spengono aspetti fantasiosi e istintivi, che finiscono per produrre proprio ciò che temiamo.

È la cosiddetta “profezia che si autoavvera”: una persona che teme di essere abbandonata può accorgersi che molte sue reazioni non nascono dal presente, ma da una ferita antica mai elaborata e che un comportamento geloso, controllante e insicuro, renderà il rapporto col partner ancora più fragile e destinato a rompersi.. un’altra, abituata a compiacere tutti, può scoprire che dietro la totale disponibilità, si nasconde la paura di non essere amata, se pone dei limiti e si ritrae. In questi casi, come in altri, comprendere che “personaggio” stiamo rappresentando, aiuta a recuperare una maggiore autenticità, a sentirci più liberi e coraggiosi nelle scelte, a superare la paura del cambiamento e dell’ignoto. Conoscere se stessi, attraverso un cammino analitico profondo, non si ferma a risolvere solo un disagio momentaneo, ma permette di recuperare un modo più consapevole, unico e creativo di vivere: la paura, qualunque essa sia (di essere lasciati, di restare soli, di lasciarsi andare, di non essere all’altezza, di non riuscire a realizzare ciò che si desidera, di fallire…) irrigidisce la mente, blocca le scelte, evita le situazioni apparentemente a rischio, obbliga a soluzioni infelici e ripetitive e porta alla fuga in due modi: o eludendo il problema, oppure aggredendo un problema inesistente. Lasciare che il nostro inconscio, la nostra Anima ci parli di noi attraverso le immagini, serve anche a interrompere questo circuito.

Nasciamo con un potenziale immenso, ma l’ambiente in cui cresciamo, le esperienze che attraversiamo limitano o alterano la percezione di noi stessi, influiscono sulla nostra autostima e fiducia nelle nostre capacità, alterano le immagini che abbiamo di noi, ci limitano possibilità di immaginarci e raccontarci in modi differenti. Le parole ricevute da bambini, le attenzioni mancate, le umiliazioni, le aspettative eccessive, i traumi, i lutti, violenze fisiche o psicologiche si trasformano in convinzioni profonde, in narrazioni di noi limitate e limitanti.

Ma una vita protetta dal dolore e dalle frustrazioni, chiusa e diffidente, diventa una vita impoverita: senza incontri autentici, senza cambiamento ed evoluzione, senza scoprire le risorse nascoste e anche una sconfitta apparentemente semplice, come un esame non superato, una relazione finita o un lavoro perso, possono riattivare reazioni d’angoscia di ferite più antiche.

Anche il corpo ci parla. Ci manda segnali di sofferenza, di disagio psichico, quando una strada non è più adatta a noi.

Se un’emozione non viene considerata, se opponiamo resistenza al cambiamento, se cerchiamo di razionalizzare e capire, sopportare e tacere una situazione che dovremmo solo accogliere e risolvere, il corpo sceglie la malattia come estremo tentativo per richiamare l’attenzione. Quando imbavagliamo il nostro sentire, diamo voce alla nostra infelicità.

E l’infelicità porta a malattia, a disagio psichico, a depressioni o attacchi di ansia, porta all’abuso di farmaci, o alla ricerca di dipendenze (da cibo, alcool, sostanze, gioco, relazioni tossiche, isolamento…)

L’infelicità quando non è autodistruttiva può anche sfogarsi nella ricerca di emozioni forti, può diventare una minaccia per gi altri.

Conoscere se stessi con un percorso terapeutico profondo, lavorare con la favolaterapia o con l’analisi immaginativa, riappropriarsi della parte più creativa della nostra mente inconscia e lasciar parlare l’Anima, significa imparare a riconoscere ciò che proviamo prima di agire, a distinguere una paura reale da una paura antica, a scegliere con maggiore libertà e responsabilità ciò che individuiamo come fonte di felicità o benessere. Non cancella le ferite passate e neppure i traumi, ma ci permette di non farci governare da esse.

Le cose accadono: perdite, errori, abbandoni, fallimenti, delusioni. Ma il modo in cui le elaboriamo può cambiarne il significato.

Le nostre sofferenze, le esperienze passate e i traumi possono isolarci, crearci illusioni di felicità nella solitudine, chiuderci nella rabbia, nell’orgoglio ferito, nella diffidenza; oppure possono renderci più sensibili, più empatici, più capaci di comprendere il dolore degli altri e più umili. Non è il trauma in sé a renderci più forti o più fragili: è la fatica e l’impegno che investiamo per attraversarlo, comprenderlo e integrarlo nella nostra identità, che lo rende un’esperienza di crescita o un muro insormontabile.

È necessario formare coscienze, formare nuove consapevolezze, formare il bambino, l’adolescente e l’adulto nella ricerca di trame, di nuovi significati nella propria esistenza. Il vantaggio di un approccio psicologico che lavori con le immagini, i sogni, i miti, le favole, sta nella capacità di eludere gli aspetti più razionali e controllanti del paziente così da raggiungere i simboli, le metafore e tutto quel mondo “magico” immaginario e creativo, carico di nuove proposte e possibilità per raccontare e realizzare se stessi in modi più autentici, più inclini al desiderio inconscio. E’ necessario recuperare fiducia in se stessi, coraggio nelle proprie scelte, determinazione nel raggiungere i propri obiettivi senza lasciarsi scoraggiare da fallimenti o inciampi “fisiologici”: recuperare l’eroe silenzioso e umile che abita in noi, che migliora l’esistenza altrui, oltre che la propria, che è capace di bastare a se stesso, che affronta la solitudine esterna come fatto esistenziale e riesce a “starci dentro” perché si sente comunque parte di un tutto che non lo fa sentire solo e abbandonato dal mondo.

Lavorare con il mondo immaginario, con le favole, le metafore e i sogni significa dare voce all’inconscio e recuperare ricchezze profonde. Significa accogliere il passato, riattraversarlo per ri-narrarlo in modo nuovo, trasformare le sconfitte in consapevolezza, i traumi in possibilità di comprensione, le sofferenze in punti di forza.

Per dirla con J. Hillman: “il modo in cui immaginiamo la nostra vita è anche il modo in cui ci apprestiamo a viverla, perché la maniera in cui ci diciamo cosa sta accadendo è il genere per il cui tramite gli avvenimenti diventano esperienza” (J. Hillman: “Le storie che curano”, Raffaello Cortina)

Abbiamo in mano il nostro destino, non tanto per i fatti che possono accadere, ma per quello che di queste esperienze ne possiamo trarre.

Conoscere noi stessi, la nostra favola interna, sfatare miti e pregiudizi attorno ai quali abbiamo raccolto più lacrime che sorrisi, è forse il modo più vero per tornare alla vita, non come vittime della nostra storia, ma come autori consapevoli di tutta la felicità ancora da scrivere, in nuove favole di noi.