Le favole del trauma: Il “re nudo“ e la vecchiaia

Le favole del trauma: Il “re nudo“ e la vecchiaia

Come la sofferenza rimossa riemerga attraverso le immagini

Tanto più, all’interno dell’esperienza terapeutica, mi sono lasciata trasportare nella profondità dei vissuti, dei ricordi e delle sofferenze dei miei pazienti, accompagnandoli nella ricerca di quel nodo di esperienze infantili che per intensità di dolore avessero in qualche modo deviato il naturale sviluppo del sé e bloccato buona parte dell’emozione ad esso collegata ,quanto più sono stata costretta ad interagire con figure interne che emergevano dall’inconscio del paziente sotto forma di “ personaggio” legato al mondo della favola.
Era come se l’immaginario prendesse voce attraverso un racconto e vigore attraverso l’identificazione del paziente con uno o più personaggi fiabeschi.
La relazione che si era sviluppata con queste figure ed il significato che questi stessi personaggi avevano per ciascun paziente era specifico ed unico per quella esperienza terapeutica e per quel particolare vissuto , non per un altro paziente.
Non c’era, per dirla con Jung, un immaginario collettivo, un archetipo all’origine di un personaggio che fosse riscontrabile, identico , in ogni paziente.
Al contrario , spesso , lo stesso personaggio e stessa favola venivano utilizzate per riportare alla luce una parte di inconscio e di vissuto completamente differente da paziente a paziente.
Ma se è certo che dire mi sento come “ Cenerentola” sia completamente differente tra paziente e paziente in forza della relazione che ciascuno ha sviluppato con quel personaggio ( lo spazio interno che gli riconosce, a quale esperienza infantile è collegato) nonchè della relazione che in quel momento si sta svolgendo all’interno del tranfert , è altrettanto vero che queste immagini abbiano tutte la comune finalità di tenere il soggetto “ prigioniero” di un mondo immaginario , un mondo che si presenta scisso in coppie di personaggi fortemente ambivalenti (autosufficienza- impotenza) che non possono e non devono unirsi.
Questi personaggi si presentano come un “ Falso Sè “ protettori” di una parte fragile e regredita che attraverso l’attivazione delle resistenze alla crescita e al cambiamento inseguono il proposito di difendere il paziente da ulteriori sofferenze.
Si erge a “principio di autocura della psiche” e blocca l’Io in comportamenti e scelte stereotipate il cui disagio emerge da quelle stesse somatizzazioni di cui il paziente soffre.
Questo è il mondo del trauma che attraverso le favole dell’inconscio emerge nell’esperienza dell’analisi immaginativa .
Uno strumento in più nella comprensione delle dinamiche relazionali profonde , un incontro , quello con la propria favola interna, che ci libera dall’incantesimo di destini immodificabili e ci restituisce la responsabilità di un vivere creativo e l’autonomia di un essere nel mondo in qualità di autori di favole alle quali nessuno può essere delegato per scrivere il finale.

Quando mi telefonò Marta, una cara amica medico responsabile di un reparto ospedaliero, donna forte e professionalmente appagata, ormai prossima alla pensione, preannunciandomi la telefonata di Alberto e la necessità che iniziassi un lavoro con lui, ricordo di aver provato il desiderio di rinunciare.
Cercai di mascherare le mie resistenze e mi resi disponibile ad incontrarlo anche se il fatto che il futuro paziente avesse superato la settantina e che fosse un noto ginecologo milanese ormai in pensione mi faceva sentire a disagio.
“ E’ in cura da un neurologo amico suo, ma sembra che i farmaci da soli non siano sufficienti” continuava Marta cercando di fornirmi un quadro della situazione sufficientemente appagante..
“è una depressione…dicono i medici…ma forse se parlasse un po’ con te…poi chiamami e tienimi informata…è uno dei miei più cari amici!”
Anziano…medico…coinvolta come alternativa dopo un fallimento farmacologico…strettamente legato ad una donna che ammiravo e stimavo profondamente …il disagio si andava a poco a poco trasformando in paura
“ Cercherò di fare il possibile…” la rassicurai riagganciando , mentre i miei sentimenti si stavano trasformando e mi ritovavo a pensare a mio padre….

Alberto si presentò al mio studio con alcuni minuti di anticipo.
Alto, di corporatura robusta, due occhi grandi color nocciola completavano un’espressione confusa tra il diffidente e l’impaurito.
Il passo incerto e dolorante a causa del dolore provocato da un’acuta artrosi all’anca , quando si lasciò sprofondare nella poltrona di fronte, mi diede la sensazione di lasciar cadere non solo un corpo , ma un carico meno visibile ma molto più ingombrante che ormai faticava tanto a trasportare quanto a mascherare.
“ Sono stanco…non ho più voglia di far niente…dormirei tutto il giorno…” fu una delle prime frasi che , quasi con vergogna, sussurrò dopo aver fatto scorrere lo sguardo distrattamente qua e là per lo studio, nel tentativo di concentrarsi per qualche attimo sul mio volto.
“ Non riesco più a provare interesse…mi dimentico le cose.. “
Poi per tutta la seduta mi raccontò di come per tutta la vita fosse stato attento a non fare mancare niente ai suoi familiari.
Si era concentrato a costruire un agio economico per permettere ai figli di laurearsi e di lavorare e alla moglie di vivere in modo agiato stando a casa, lui intanto viaggiava spesso, accumulava titoli e riconoscimenti…era arrivato , in breve tempo, all’apice del successo.. eppure si sentiva sdoppiato…lontano da quella fama che gli altri gli attribuivano, sempre accompagnato da momenti di ansia, da una sensazione di precarietà , di allarme, come se tutto il suo mondo corresse il rischio di rompersi da un momento all’altro.
Dall’altra parte, diceva spesso di sentirsi ridicolo, cercando così, in qualche modo di bloccare sul nascere un sentire, un disagio al quale non poteva permettere uno spazio…” i veri problemi sono altri…io sono fortunato” si diceva elencandomi la dedizione della moglie nei suoi confronti e l’amore dei figli.
“ Non posso stare male.. non ho diritto di lamentarmi”..
Era vero: Alberto “ non poteva stare male” , non poteva prendere contatto con quelle emozioni profonde e lontane alle quali era permesso di comunicare solo sotto forma di “ ansia” …attraverso la depressione, il disinteresse per il mondo e per le cose , il desiderio di dormire.
In questo modo riusciva a prendere le distanze da un mondo interno doloroso e ancora sconosciuto.
Era come separato: dentro un mondo fragile e precario, fuori una parte bella e ricca che non permetteva nessun contatto con il dolore: una “ voce “ che non gli permetteva di essere e di sentire, una parte esterna “ di copertura”, impegnata nel “ fare” e nell’accumulare titoli e ricchezze, una parte che gli dava sicurezza e protezione , che in qualche modo si ere sempre “ presa cura” di quella più fragile e sofferente…quella che “non aveva diritto di lamentarsi”..
Parlava a fatica , spesso si scusava per il disturbo che pensava di arrecare oppure ripiegava su quel suo sentirsi ridicolo…

A questo punto mi soffermo per recuperare alcuni concetti utili alla comprensione della formazione del Sé del paziente e dell’evolversi della terapia.
Uno arricchimento importante ci viene fornito da Donald Kalsched ne “ Il Mondo interiore del trauma” , Moretti e Vitali, 2001, Bergamo, nel quale, non solo viene sostenuto che le difese inconsce siano “ personalizzate con immagini”, ma che “ l’immaginario…rappresenta da parte della psiche l’autoritratto delle proprie operazioni difensive arcaiche”.
Dopo aver subito un trauma, di fronte all’impossibilità di metabolizzare una sofferenza troppo forte, l’io del bambino si scinde: una parte dell’Io regredisce in un periodo infantile precedente , mentre l’altra progredisce troppo velocemente in un processo di adattamento al mondo che culmina nella formazione di un “ Falso sé” Protettore della parte più piccola, ma in realtà figura psichica concentrata a difendere da possibili esperienze dolorose più che a permettere la crescita e l’evoluzione della parte “protetta”.
Una sorta di “ autodifesa” interna, un Protettore che agisce seguendo un “sistema di autocura” al quale la parte Dipendente si sente comunque grata.
Questo protettore è spesso più un persecutore interno, non “ è educabile sul piano della realtà…ma funziona a livello magico della coscienza”, agisce come un’ulteriore resistenza alla crescita..
Le due figure possono emergere all’interno di un percorso terapeutico, attraverso l’ immaginario del paziente come immagini opposte: bambino/demone…cucciolo/cacciatore…oggetti rifiutati/ idealizzati ..

Figlio unico di genitori avanti negli anni, Alberto si ricordava del padre come di un uomo mite e dimesso, con il quale conservava l’unico ricordo di sè bambino, prima di addormentarsi con il papà mentre gli leggeva dei racconti.
Era un uomo dolce e riservato, mandava avanti un piccolo negozio ,totalmente all’ombra della madre per ogni tipo di decisione familiare.
Morì quando lui aveva 10 anni…il negozio fu rilevato e lui continuò e terminò le scuole in collegio in un’altra città.
La mamma era stata una donna energica e pratica, poco incline a manifestare sentimenti e a riconoscere nell’altro la sofferenza.
Per lei sono stato: “egoista e dispettoso…dal cuore duro…” ricordava Alberto,” quando morirò ti ricorderai delle mie parole” le diceva la madre, anche se poi lui aggiungeva veloce:“ non ho ricordi di quegli anni…” nel tentativo di tenersi fuori dal rivivere una sofferenza mascherata da oblio.

Controllato, attento, pacato si presentava puntuale e collaborativo alle sedute, lucido e carico nel descrivermi il suo passato lavorativo e l’emozione di tutti quei bambini portati all luce…la gioia davanti alla vita che inizia e che si ripete nei figli di questi…gli inviti, le conferenze, i viaggi, i regali di cui ricopriva i familiari…la notorietà … …mi piaceva ascoltarlo parlare….
Poi era come se un altro Alberto prendesse la parola, assente, disinteressato, rivolto spesso all’orologio e allo scorrere del tempo, combattuto tra il desiderio di allontanarsi “ è finita l’ora?” e di rivederci “ ci vediamo ancora?” chiedeva sempre prima di uscire.
Una parte passiva, stanca, senza memoria, per la quale la vita aveva perso interesse, aveva perso la voglia di fare .
Incontrandoci e fermandoci a sentire quella sensazione di “perdita” nei suoi diversi aspetti, perdita di memoria, perdita di valore, perdita di quella parte di sé viva e vitale, Alberto arrivò con un sogno:
“ Mi trovo in una città medioevale, sono vestito da imperatore e dovrei raggiungere qualcuno in un museo quando mi rendo conto di non ricordare più dove ho parcheggiato la mia macchina sportiva…vado nel parcheggio , ma non la vedo…provo con il telecomando per verificare se si accendono le luci…niente… me l’avranno rubata …ho la sensazione di essere nudo senza l’auto,mi sento un bambino spaventato e impotente di fronte ad un’ingiustizia…mi sveglio con una forte sensazione di rabbia e di rancore”..
Appena sveglio , mi raccontò poi, di quanto rimase stupito da quella sensazione di “ nudità”, da quel disagio che non riusciva a spiegarsi, da quella sensazione di sentirsi “ piccolo,ridicolo e fuori posto””.
Poi quel museo e l’ambivalenza unita a quel luogo.
Ad Alberto non sono mai piaciuti i Musei, “ li evito sempre, mi annoiano..” sono luoghi che lo riportano al “ vecchio”..
Forse una parte di lui si sentiva come “ un pezzo da museo”, ma non si sentiva ancora pronto ad incontrarla…
Il museo è anche lo spazio che ricorda al presente il passato, nel quale si può conoscere e ammirare ciò che forse non è più vivo , ma rende vivo e da senso a quanto sta vivendo, è lo spazio della ri-conoscenza che prende il posto dell’efficienza.
Il museo rappresentava il luogo delle cose che erano e non sono più, uno spazio nel quale gli oggetti vengono conservati per essere ammirati e resi vivi “ dentro”, lo spazio dei ricordi.
Il museo ,quindi, era riconducibile all’incontro terapeutico, l’incontro con quelle parti di sè che ancora lo spaventavano e dalle quali sentiva il bisogno di fuggire.
Una sorta di andare indietro per trovare la forza di procedere all’interno di uno spazio che per quanto bello e ricco sarebbe dovuto passare attraverso la rinuncia di una parte veloce e scattante alla quale non si sentiva ancora pronto a rinunciare.
Era concentrato al recupero dell’ auto sportiva, desiderava raggiunere il luogo dove l’aveva posteggiata..poi la delusione..il tentativo di riaccendere qualcosa che non risponde ai suoi comandi …la sensazione di essere stato vittima di un furto….
E da lì, dalla perdita e dalla mancanza ecco la rabbia e la sensazione di inadeguatezza
“ Mi sono sentito nudo e non mi e piaciuto!” sbotta dopo essersi fermato un attimo quasi avesse improvvisamente colto il senso di ciò che aveva detto.
“ Mi sono sentito ridicolo…”
“ Ridicolo? Che significato ha, per lei , ridicolo?” gli domandai incuriosita dalla scelta di un termine che di tanto in tanto si ripeteva
“ Mi è venuta alla mente un’immagine” mi rispose asciutto “ è quella di una favola che raccontavano spesso in collegio e che non mi è mai piaciuta: quella de “ i vestiti nuovi dell’imperatore” con lui lì nudo,.. Lui…un imperatore!”
La sua parte nuda emergeva piano piano , ma il suo potente imperatore non lo poteva accettare…
All’interno della terapia in quel suo spazio fisico sicuro, “ medioevale”, a metà strada tra un passato da rimpiangere nei suoi aspetti potenti e onnipotenti ed un presente da rifiutare perché vissuto come ridicolo ed inadeguato ,per settimane scaricò rabbia ed aggressività, dolore e frustrazione, attaccando lo stesso legame terapeutico nel tentativo di dimostrare che nessuno, nemmeno la nostra relazione , poteva farlo sentire meglio né tantomeno restituirgli ciò che la Vita gli aveva tolto.
Ma cosa gli aveva tolto la vita che non voleva incontrare?
Il “ sistema di autocura”, dopo l’interpretazione del sogno, cominciò a vacillare anche se le resistenze lo spingevano più verso la rabbia che verso il dolore.
La rabbia era rivolta in parte verso se stesso , verso un disinteresse ed una mancanza di entusiasmo che non accettava, ed in parte verso quanti “ non capiscono quanto io stia male…per loro è facile…dicono di metterci un po’ di buona volontà”! ripeteva sovente con energia , ingoiando una caramella dietro l’altra a causa di una scarsa salivazione che non gli permetteva di esprimersi in modo fluido.
Dall’inconscio stavano emergendo le prime immagini e le prime sensazioni arcaiche..
Ingiustizia…rabbia.. ed invidia…quelle stesse che la Klein descrive nel bambino piccolo come meccanismo di resistenza nel processo di differenziazione e di crescita.
L’andare in pensione , il passaggio da un ruolo attivo, sociale e riconosciuto a uno più passivo e familiare, la crescita , il cambiamento, la perdita e la separazione da tutto ciò che era conosciuto e gli dava forza e sicurezza per dirigersi verso equilibri relazionali nuovi e sconosciuti lo bloccavano.

Mi consegnava la sua parte spenta e addormentata , la sua parte stanca, depressa, rinunciataria e sofferente che sprofondava nella sedia affinchè io la potessi contenere ed accettare restituendole valore per essere poi da lui stesso recuperata, ma dall’altra parte non riusciva a separarsi da un “ falso sé” imperatore che ancora lo affascinava e sotto il dominio del quale si sentiva forte e protetto.
Mi stava consegnando anche un mondo di ricordi e di esperienze, vive ed attive , un vissuto di riconoscimenti e successi che sembrava appartenere ad un altro uomo: mi comunicava il dolore di una frattura interna che non trovava modo di ricongiungersi.
Un’età dolorosa e priva di interesse conviveva con un passato ai vertici del successo, ma non riusciva ad interagire : nulla di quei momenti passati e dei successi accumulati erano in grado di sostenere il suo presente derubato e spento.
Se analizzare il tranfert è fondamentale , in alcuni momenti della terapia fermarsi a lavorare con il proprio il controtransfert diventa indispensabile al buon esito della terapia stessa.
A maggior ragione poi, considerando che il paziente pur desiderando “dipendere” dall’analista, deve fare i conti con quella parte che , cercando di proteggerlo, attiva e rinforza la resistenza alla terapia stessa.

In Alberto, il rimpianto per un periodo di vita passata, sembrava assorbire buona parte della sua depressione.
Sembrava..

Anche io, in un primo momento, mi ero sentita come trasportata dal desiderio di metterlo in contatto con quelle parti forti e di successo che oggi sembravano non avere su di lui alcun potere di movimento e non mi rendevo conto che il mio bisogno di tenergli acceso un sogno di forza e vitalità , stava , in realtà spegnendo una parte della relazione terapeutica.
Più seguivo il desiderio di fare qualcosa per lui, più lo rassicuravo nella sua forza e nella possibilità di trasformarla per ritrovarla in ogni periodo della vita, più mi restituiva la sua stanchezza, la sua rinuncia, il suo disinteresse, mi sembrava di girare a vuoto ed avvertivo una latente sensazione di fallimento in ciò che facevo .
C’era qualcosa nella relazione con lui, che anche io avevo la sensazione di “ aver perso”..
Sempre di più mi riportava al rapporto con mio padre, con quella parte di uomo che non mi aveva mai riconosciuta per come fossi ma in forza di ciò che facessi, dei risultati ottenuti…
Una parte di me, più figlia che analista, aveva bisogno di fare, forse perché si sentiva impotente davanti al tempo che passa e l’angoscia della morte andava a colludere con quei vissuti dai quali non mi ero ancora separata.
O forse, e il tempo mi confermò questa percezione, c’era proprio qualcosa che non avevo visto , o voluto vedere, troppo evidente per essere presa in considerazione…qualcosa che mi aveva spinto a sentirlo come padre prima che come uomo e che il suo essere anziano aveva mascherato.

Alberto mi ripeteva spesso di essersi sempre sentito inadeguato, come invaso da una sensazione di scarso valore che lo bloccava soprattutto nelle relazioni interpersonali.
Durante un approfondimento con l’Immaginario vide un’enorme montagna davanti a sé, lo sollecitai a scalarla , ma ricevetti un rifiuto molto energico :“Non riesco…è troppo alta, mi vedo attaccato come un ranocchio. ..fermo…non posso andare ne su né giù..mi sento vittima di un incantesimo…come quei ranocchi delle favole …pensi che mi sono sempre immaginato come Pegaso…il cavallo alato…vorrei correre…viaggiare…vorrei lavorare…sentirmi vivo, mentre mi sento goffo..solo…”
Parla per la prima volta in modo sciolto e diretto, la voce alta e sicura interrotta con dignità e senza vergogna da qualche lacrima che gli inumidisce il volto.
Lui non riusciva…non riusciva più…questo non poteva permettersi di sentire…questo forse cercava di addolcire e di “ mandare giù” con le ripetute caramelle…
Forse era proprio quella la sofferenza più forte : la perdita di una parte capace di volare, una parte che non si accende più e lo fa sentire goffo , come un ranocchio, incapace di muoversi di andare su e giù , una parte impotente, inadeguata…
Doveva sentirsi accolto nella sua impotenza sessuale, nella sua parte incapace di prendere il volo, aveva bisogno di dar voce al proprio essere fragile, a quella parte che “ non riesce”..
Al contrario la terapia aveva fatto leva sulle sue parti “ forti” un po’ come sua madre , da bambino, davanti al suo dolore per la perdita del padre, non era stata in grado di riconoscergli uno spazio nel quale il dolore stesso potesse trovare posto.
Una parte di me, vivendolo più come padre che come uomo, l’aveva in parte castrato, restituendogli quell’impotenza dalla quale voleva fuggire.
La stessa relazione terapeutica, incantata da un “falso sé” imperatore, rischiava di alimentare l’incantesimo che lo teneva prigioniero nel ranocchio anziché permettergli la trasformazione.
La rabbia doveva uscire, affinchè il vuoto potesse lasciare il posto alla mancanza… e la depressione lasciare il posto alla malinconia..
Per troppo tempo si era mascherato a sé stesso, ora voleva vivere tutta quella sofferenza, sciogliere il cuore… sentire un dolore che stava aprendo la porta ad altri dolori…ad altri ricordi..
Per numerosi incontri si lasciò trasportare dalla rabbia per la morte di un padre che non si era permesso di vivere…dal dolore mascherato in efficienza che per tutta la vita aveva portato sulle spalle, mascherandosi in personaggio forte e potente, perché , come gli ricordava sua madre, “ lui aveva il cuore duro e non poteva mostrare la propria sofferenza”….
Piangeva Alberto e pianse tanto, dando ampio sfogo al suo bisogno di “ buttar fuori” il suo dolore, di mostrare quanto fosse nudo, confrontandosi con la paura di sentirsi ridicolo.
Le sue parti nude potevano essere contenute nella relazione terapeutica, poteva lasciarsi andare e ricominciare a “ sentire e a ricordare” per recuperare poi quella parte interna “ sufficientemente buona “ in grado di accettare ed accettarsi
Era stato duro tutta la vita…ora desiderava solo riappropriarsi delle sue pari molli, della sua rana interna attaccata alla montagna.
Quella stessa rana bloccata ma reale, molle, ferma , ma viva, nel tentativo di separarsi da figure mitologiche ed ideali: oggetti d’amore irraggiungibili all’io.
Rinunciando a Pegaso e alle sue promesse di “ volo” , Alberto poteva riprendere contatto con un la durezza di un’esperienza infantile, di un lutto troppo “ imponente “ per essere affrontato.
La rana poteva liberarsi “ dall’incantesimo”…poteva prendere contatto con quell’esperienza dolorosa che l’aveva resa in parte rana in parte Pegaso : poteva cominciare ad affrontare la risalita nella montagna del lutto trasformato in uomo, sofferente , magari sì, ma uomo.
Stava cominciando a portare alla luce se stesso
…Alberto aveva desiderato recuperare la sua parte malata, bisognosa di cure e di attenzioni quella stessa che tentava di comunicare attraverso la depressione… Durante il percorso terapeutico aveva rivissuto nella morte del padre la morte di un mondo maschile nel quale non si riconosceva più : il mondo del fare , del dimostrare, del risolvere…il mondo del produrre: aveva tentato di sgretolare le sue parti dure.
Non poteva più nascondersi sotto abiti di fama e potere, il suo “ uscire di scena” l’aveva messo a confronto con un femminile davanti al quale non riusciva ad essere imperatore e nudo lo faceva sentire deriso….
Ora poteva lasciare il ruolo di medico e trasformarsi in paziente, ora, che l’andare in pensione l’aveva fatto sentire solo ed inutile poteva riconciliarsi con quelle parti piccole e sole che era abituato ad accogliere da altri ( si prendeva cura della vita dai primi momenti)e aveva negato a se stesso quando, molto tempo prima una parte di sé piccola e orfana, era dovuto crescere troppo in fretta.
Desiderava solo essere contenuto nel suo dolore, compreso ed accolto nel suo star male veramente, con quella sofferenza che non si poteva superare con” un po’ di buona volontà”.
Rivendicava il suo bisogno di essere uomo , poteva smettere di fare l’imperatore..

Lavorammo a lungo sulla possibilità di ri-prodursi , di reinventarsi una capacità di volare che sentisse più vera , punto d’incontro tra “il ranocchio” e “Pegaso”, tra il “ re nudo “ e “ i vestiti dell’imperatore”…
“Ho desiderato spesso morire in questi ultimi anni…oggi , lentamente mi sembra di riaffacciarmi alla vita!”…mi disse Alberto una mattina e mi mise tra le mani un disegno che ancora conservo: raffigura un balcone fiorito con cespugli di fiori colorati separato da una sottile staccionata di legno oltre la quale si vede un’immensa distesa di acqua azzurra.
“Non so ancora verso dove, ma mi è tornata la voglia di viaggiare”…aggiunse con un sorriso che lasciava spazio ad infinite interpretazioni..
E da quel giorno, non solo smise di ingoiare caramelle, ma decise di riprendere il viaggio e accettò di riconciliarsi con quel mare interno , con quella figura materna dentro di sé, dalla quale , un giorno, molto tempo prima , la sua favola ebbe inizio.

Bibliografia:

Fioruzzi De Stasio S., “Come in una favola. Lavorare con l’analisi immaginativa per recuperare il magico mondo che è in noi” Mondadori, Oscar saggi, 2004, Milano
Kalsched D. “Il mondo interiore del trauma” Moretti e Vitali, 2001, Bergamo
Klein M. “Invidia e gratitudine” Martinelli, 1969, Firenze

Dott.ssa Stefania Fioruzzi

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